Morale della favola: I primi 30 anni di vita sono felici, quelli ricevuti dagli animali ci portano inevitabilmente pesi, acciacchi e vecchiaia.
Il termine della vita
fratelli Grimm
"Il termine della vita" è una favola scritta dai fratelli Jacob e Wilhelm Grimm che analizza il tema della longevità delle creature sulla Terra. Un viaggio attraverso le fasi della vita e la percezione umana del tempo.Al momento della nascita del mondo Dio distribuì gli anni dell'esistenza di ogni creatura. All'uomo, all'asino, al cane e alla scimmia furono assegnati a ciascuno 30 anni di vita, ma questi ultimi animali chiesero di ridurli poiché ritennero che le loro vite di lavoro, malattie e follia fossero troppo lunghe. All'asino furono tolti 18 anni, al cane 12 e alla scimmia 10, per cui rimase loro da vivere rispettivamente 12, 18 e 20. Gli anni tolti (40) furono sommati ai 30 dell'uomo che da quel momento visse mediamente 70 anni.
Per primo si avvicinò l'asino che gli chiese quanti anni avrebbe vissuto. "Trenta", rispose il Creatore. Ma l'asino, sopraffatto dalla prospettiva di una vita di duro lavoro e maltrattamenti, implorò che fosse abbreviata. Mosso a compassione, Dio gli ridusse la durata della vita a dodici anni.
Subito dopo arrivò il cane. Nemmeno lui fu contento di vivere trent'anni, giacché temeva che le sue zampe, la sua voce e i suoi denti non sarebbero durati così a lungo. Il Signore, comprendendo le sue ragioni, gli sottrasse dodici anni.
Poi fu il turno della scimmia. Dio pensò che sarebbe vissuta felicemente fino a trent'anni, perché non doveva lavorare come gli altri animali e sembrava sempre allegra. Ma la scimmia si lamentò del fatto che dietro la sua apparente gioia si celava spesso la tristezza, e che non sarebbe riuscita a vivere trent'anni. Dio, nella sua misericordia, gliene concesse solo venti anni.
In ultimo si avvicinò l'uomo, che chiese a Dio di stabilire la durata della sua vita. Quando il Creatore gli disse che avrebbe vissuto trent'anni, l'uomo protestò, sostenendo che avrebbe avuto a malapena il tempo di costruire la sua casa, piantare i suoi alberi e godersi la vita prima di morire. Supplicò il Signore di concedergli più tempo.
A quella istanza Dio rispose che gli avrebbe aggiunto i diciotto anni dell'asino, ma l'uomo insistette che non erano sufficienti. Il Creatore gli concesse anche i dodici anni del cane e, dopo un'ulteriore supplica, gli concesse infine i dieci anni della scimmia, avvertendolo che non gliene avrebbe concessi altri.
Fu così stabilito che la vita dell'uomo sarebbe durata settant'anni.
I primi trenta sono quelli che spettano di diritto, pieni di salute, gioia e lavoro fruttuoso. Poi vengono i diciotto giorni dell'asino, nei quali si devono sopportare pesanti obblighi e resistere a colpi e rimproveri come ricompensa dei fedeli servizi svolti. Quindi, arrivano i dodici anni del cane, in cui, non si hanno più denti abbastanza forti per mordere ma ci si limita a ringhiare nell'angolo. L'esistenza dell'uomo finisce con i dieci anni della scimmia, in cui, con il giudizio annebbiato, si commettono ogni sorta di stravaganza e si diventa oggetto di scherno da parte dei più piccoli.
Cosa ci insegna questo racconto?
Il termine della vita (Die Lebensdauer) dei Fratelli Grimm ci insegna ad accettare i limiti e le diverse fasi dell'esistenza umana. Lamentarsi della durata della vita o del peso di certe responsabilità è inutile, perché ogni fase ha il suo scopo ed è il naturale ciclo dell'esistenza.
Attraverso i suoi personaggi e la sua trama, il racconto mette in luce l'aspirazione umana a una vita lunga e appagante, e come questa sia fatta di momenti di felicità così come occasioni di difficoltà .