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Le morti da coronavirus non si raccontano e non si cantano

Chi scrive sul coronavirus compie un grande scempio del valore della vita! (Younis Russo)

Le morti da coronavirus non si raccontano e non si cantano

Le morti da coronavirus non si raccontano e non si cantano

Si piangono in silenzio, con lacrime che purificano

Pubblico questo "guest post" che porta la firma di Younis Russo che esprime le sue sensazioni sulla realtà generata dalla pandemia che stiamo vivendo:

La cosa più seria è la vita con i suoi dolori e le sue mancanze. E’ davanti a queste cose che l’animo s’indebolisce, respira a fatica, le gambe vacillano. Niente e nessuno potrà rendergli un bene che non troverà più espressione. Le tristezze sono profonde quando qualcuno muore. Bisognerà tacere. E’ l’atteggiamento più vero e più onesto.

I cori sui balconi sono stati dapprincipio un’emozione a cui dare esteriorità. I canti sono comparsi dapprima ai balconi delle città del sud Italia, perché da più parti si diceva che il virus fosse poco più che responsabile di un’influenza. E anche perché culturalmente il Sud ha un approccio più fatalista verso le sciagure. Ha sopravvissuto a calamità come terremoti, a invasioni e occupazioni varie, spagnoli, francesi, savoiardi, Unni, Visigoti, arabi , senza mai perdere la fiducia che tutto sarebbe finito. Presto o tardi sarebbe passato. Il suo canto è stato salvifico in ogni occasione. Poi i balconi hanno tremato mentre le voci accordavano l’inno di Mameli. L’atmosfera si è fatta ufficiale, divenendo per certi versi la tribuna di campi da calcio. Ci si è dati manforte. I cori hanno attraversato la Penisola fino a che c’era da scherzare. Poi l’aria è diventata cupa, i morti sono stati troppi e inaspettati. Le lacrime hanno avuto il sopravvento sulla voglia di fare baldoria.

A un certo punto le istituzioni hanno invitato al silenzio, al rispetto. Insieme alle raccomandazioni del restare a casa e altre restrizioni condivise o meno dalle persone, è calato il gelo. Sui volti il pallore della tragedia. Per le strade il silenzio. La minaccia delle multe e della galera. Il coprifuoco. Per le vie e nei parchi più nessuno. Solo i social hanno rumoreggiato, trovando mille perché per tentare un modo di sfuggire alla morsa della paura che attanaglia i cuori. E finalmente sono arrivati i reading, dedicati a ogni cosa: alla primavera, all'inverno non del tutto trascorso, all'estate che sarà diversa. Musica ancora ovunque, ma dentro le case. Cantanti che annunciano che stanno scrivendo: “Pezzi nuovi”. Annunciano, ammiccando, stupiti da un ritorno di ispirazione.

Scrittori annunciano che stanno scrivendo, sorpresi. Allettati dall'idea di avere qualcosa di nuovo da dire, annunciano che ci sono novità nella loro produzione. Ripetono titoli che parlano di epidemie passate, raccontate da grandi nomi della letteratura. Adesso tutti sanno che sono stati scritti L’amore al tempo del colera e La peste. A certi è arrivata notizia che anche Manzoni e Verri hanno scritto sulla peste. Invito chiunque a non farsi raccontare il coronavirus da nessuno. Avete occhi e cuore per saper custodire il dolore di questa grave offesa rivolta all'umanità. Per quanto sia confusa, sbandata, una vita è una vita! Vale molto!

Le vite dei nostri morti non possono essere raccontate da nessuno, vanno piante con lacrime che lavano il dolore. Non lasciate che qualcuno vi racconti in prosa – sicuramente pessima - né in versi (pessimi) e neanche con stornelli (ributtanti) quanto dovrà essere custodito nella vostra mente, nel vostro cuore e nelle vostre lacrime versate in questi giorni funesti. Chi scrive sul coronavirus compie un grande scempio del valore della vita! Non fate entrare nelle vostre anime addolorate l’opportunismo vigliacco di chi sporca pagine con l’inchiostro, chi infetta l’aria con la sua voce che dovrebbe tacere, rimanere senza respiro.

Younis Russo

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2.3: Le morti da coronavirus non si raccontano e non si cantano
Le morti da coronavirus non si raccontano e non si cantano
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