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Intervista ad Antonio Gerardo D’Errico, candidato al Premio Nobel per la Letteratura

Intervista ad Antonio Gerardo D’Errico: sensibilità, delicatezza, talento, forza e umiltà. E una candidatura al Premio Nobel per la Letteratura.

Intervista ad Antonio Gerardo D’Errico, candidato al Premio Nobel per la Letteratura Ecco una stupenda intervista fatta da Monica Acito per il sito web "Eroica Fenice", allo scrittore Antonio Gerardo D'Errico che, sulla sua pagina Facebook, lamentava fosse andata perduta. Io l'ho trovata nella cache di Google:

Spesso un’intervista necessita di un’introduzione, di una cornice con il compito di introdurla, per catapultare il lettore nel tessuto delle parole e nelle suggestioni evocate dall’inchiostro. In questo caso, ogni introduzione impallidirebbe, perché le risposte del protagonista, Antonio Gerardo D’Errico, sviscerano un mondo interiore dai contorni nitidi e decisi, e creano un universo completo e capace di proiettare il lettore nel suo orizzonte rivestito di umiltà, forza, talento, sensibilità e delicatezza.

Una personalità come quella di Antonio Gerardo D’Errico, di cui ci siamo occupati in precedenza per la recensione del libro da lui scritto a quattro mani con Donato Placido, Dio e il cinema, è un tremulo fiore che irradia luce e ingloba le sensazioni di chi lo legge, restituendogli un commosso e fulgido esempio di umanità bruciante e carnale.

Antonio Gerardo D’Errico è candidato al Premio Nobel per la Letteratura, ma nessun titolo, nessun premio, sarebbe bastevole e sufficiente per descrivere i raggi e gli sprazzi di vita che riesce a creare con le sue parole.

Prendetevi un po’ di tempo per leggere quest’intervista ad Antonio Gerardo D’Errico.

Che poi non è un nemmeno un’intervista, ma un itinerarium che sviscera e viviseziona l’uomo, nelle sue alture e nei suoi slanci più sublimi, ma anche nei suoi punti più terreni e ancorati al suolo. E in questo, Antonio, è stato un abile nocchiero di carta e inchiostro.
Grazie ancora, Antonio.
Perché è proprio vero che l’umiltà non fa rumore, ma parla e colpisce con efficacia l’animo di chi legge, regalandogli uno scrigno di consapevolezza e splendore.

Intervista ad Antonio Gerardo D’Errico

Buonasera Antonio, innanzitutto grazie mille per la tua disponibilità. Nella precedente recensione del libro che hai scritto a quattro mani con Donato Placido, non abbiamo avuto modo di approfondire te e la tua personalità, quindi la domanda che ti pongo è: chi è Antonio Gerardo D’Errico e come ti racconteresti a chi non ti conosce?

Non mi racconterei a chi non mi conosce, allo stesso modo non lo farei neanche con chi mi conosce. Raccontare o raccontarsi sottende un apparecchiamento, una struttura ragionata, per presentare di sé l’apparenza, il soverchiante, che è sempre cosa diversa dall’intimo, dal viscerale, dall’istintivo. Potrei però, come faccio normalmente con chi incontro, dispormi alla parola, per scoprire strade e confini comuni, in cui si incontrano le anime dei giusti, con le loro verità, che non sono vittorie o sconfitte, necessariamente, ma potrebbero essere miraggi, visioni, volontà, tensioni e finanche vita vissuta. Come scrittore, chiunque può leggere quello che ho realizzato andando su Wikipedia, cercando Antonio Gerardo D’Errico.
Ho anche pagine aperte su Facebook, su Instagram, anche se non mi curo molto di cose così. Anche in questo caso c’è l’apparenza, il mostrato e il mostrante. In certi casi non c’è niente che meriti attenzione. Viviamo come persone libere di effettuare scelte, comunque; anche sbagliate, e ognuno quindi si regola autonomamente.

Quanto hanno influito le tue radici che appartengono al Sud Italia, sul tuo modo di scrivere e sulle tue influenze? Parlaci anche del tuo rapporto con la scrittura.

Il Sud io lo adoro perché è autentico nelle sue manifestazioni culturali, umane e sociali. Io sono figlio di genitori contadini del Sud Italia. Da loro ho ricevuto tutto quanto mi è servito per diventare persona. Mi hanno donato tutto, con la loro intelligenza, con i loro eccessi, la loro spontanea umanità. Mi hanno insegnato a saper essere persona prima di ogni altra cosa, prima di pensare di essere qualcuno. Mi hanno educato a guardare in faccia alle persone, me lo hanno mostrato con i loro sguardi che sapevano cogliere le sensazioni da un semplice dettaglio di chi si presentava loro, arrivando a conoscere di questi in un istante natura e intenzioni. A me anche il semplice suono della parola Sud mi crea suggestioni di bellezza, mi fa aver fiducia nel domani, perché tra quelle colline dove sono nato c’è la speranza, che non è fatta di soldi e di benessere, ma si fonda sull’educazione e sulla saggezza di chi sa volgere lo sguardo intorno a sé e averne cura e pietà, come senso religioso dell’essere parte di un equilibrio che, improvvisamente, può cedere rovinosamente. I contadini di una volta, quelli in mezzo ai quali sono nato e cresciuto, amavano ripetermi di non dover piangere dopo che si è consumata una tragedia, ma di essere premurosi prima che l’inevitabile si fosse imposto.
Con la scrittura non ho un rapporto. È una condizione che mi è appartenuta da sempre, fin da piccolo, almeno fin da quando ne ho ricordo. Di me ho avuto costantemente l’immagine di colui che cerca le parole per definire i fatti. Sono i fatti la mia scrittura, non le parole. Le parole sono mezzo, convenzione, che annacquano le verità se non sono usate da menti equilibrate. Lo scrittore deve tendere a indagare tutto, quanto è misterioso e quanto è manifesto, per raggiungere equilibri, che devono rendere salvezza e non delirio omicida, come accade a chi si crede più di un altro. Non siamo più di nessun altro, per nessuna ragione al mondo. Siamo unici, nella nostra autenticità.

Chi sono gli autori a cui ti ispiri, i cosiddetti “padri da amare e uccidere”, in un edipico processo creativo?

Come ti dicevo prima, cara Monica, lo scrittore deve prendere le distanze da qualsiasi forma di omicidio, anche idealizzato. Non mi ispiro quando scrivo. Mi ispira la realtà, in ogni istante della mia vita. Sono ispirato dalle gocce della pioggia, dal vento, dai passi della gente, dal traffico delle città, dai silenzi delle case, dalle luci alle finestre, dal corpo di un malato che tenta una salvezza, dalla sera, dalla luce del sole, da chi vive e da chi muore. E da tanto altro ancora che ruota intorno a noi. I libri che mi hanno formato sono la Bibbia, La Divina Commedia, dei manuali di arabo, lo studio della lingua greca. Invece, le letture che mi hanno sorpreso, perché questo mi piace dei libri, e questo ricerco, sono state opere di Pasolini, di Primo Levi, di Moravia; naturalmente, Pirandello, Cecov, Turgenev, Dostoevskij, Flaubert, Maupassant. E tante altre opere e autori che custodisco con grande emozione, per le emozioni che loro hanno saputo immortalare sapientemente su pagine di saggezza antica e eterna.

Qual è stata la tua creatura letteraria che ti ha reso più orgoglioso?

Non faccio distinzioni, quando scrivo, se una cosa ha più pregio e valore di un’altra. Cambiano i personaggi, le situazioni, ma il coinvolgimento è sempre lo stesso. Sono legato a un libro che non ho mai scritto, ma solo pensato. Perché i libri vanno meditati, visti nella mente prima di scriverli su fogli di carta. Si scrivono stupidaggini quando si vuole inventare. Per il momento, comunque, prediligo scrivere poesie rispetto ad altri generi. Ma a tutti i miei libri ho dedicato la vita, il mio tempo, i miei anni e i miei pensieri.

La soddisfazione più grande?

Essere una persona, ma più di tutto essere una persona equilibrata. Immagino, però, che tu voglia una risposta riguardo alla soddisfazione relativa alla mia scrittura. Allora credo di poter dire che ricevere il Premio Pavese in due diverse edizioni è stato molto emozionante, solo perché ho ritirato la targa a casa dello scrittore piemontese, a Santo Stefano Belbo, nelle Langhe. Essere stato a casa di Pavese è stata per me la vera emozione. Non vedo altro per cui valga la pena essere toccati o mossi a gioie esclusive, anche perché ritengo che vincere premi non sia sufficientemente la garanzia o solo un sigillo di bravura. Scrivere non ha neanche a che fare con la bravura. Riguarda l’essere uomo, che significa saper riconoscere gli altri, sentirsi prossimi, riconoscersi come parte di un mondo creato o da creare. Significa essere in equilibrio.

Cosa hai provato nel collaborare con Donato Placido e nello scrivere biografie di personaggi famosi, come Pino Daniele, Pannella e altri?

Ho provato quello che provo quando mi dedico alla scrittura: rigore, ricerca della forma ideale, dei suoni e degli odori, delle immagini nitide, della bellezza, della verità, di ciò che è autentico, del relativo e dell’assoluto. Quando scrivo io ricerco tutto, non l’essenza dei personaggi. I personaggi sono persone, e neanche tutti a volte si dimostrano essere tali. Ho scritto libri con personaggi con i quali ho condiviso un bene, una vicinanza, una verità. Con altri non ho trovato niente di tutto questo, quindi neanche ho provato a scrivere quel niente, pur avendo avuto un confronto che mi ha rivelato in un attimo la natura di chi mi stava di fronte. Quando un personaggio si affida a uno scrittore per scrivere un libro, si affida alle sue parole. Sono le parole scritte che realizzano il libro, le quali devono essere scelte e scelte bene. Con le chiacchiere non si scrivono libri. Si parla, se uno sa parlare. Ma scrivere è cosa diversa. È nella scrittura che prende forma la vita, anche di chi l’ha vissuta, senza averne avuto consapevolezza. La scopre attraverso la scrittura, emozionandosi, meravigliandosi. Scopre le sue potenzialità, che non ha mai messo in atto. Le riconosce nelle parole scritte, dove trova le ragioni di ciò che è stato e di quanto più elevate avrebbe potuto rendere le sue azioni. È la scrittura che rende consapevolezza, sono le immagini descritte che sanno restituire quei significati che il solo agire non ha lasciato alcuna traccia nella coscienza.

Qual è la situazione culturale al Sud Italia?

È potenzialmente più profonda e intima di quella dei Paesi del Nord, organizzati, preparati nelle apparenze, moderati, motivati. Al Sud a certe cose non si dà neanche valore, tanto sono scontate e superate dal piacere di essere veri e soprattutto liberi. In certi luoghi, alla libertà non si fa più attenzione, nella sua definizione, perché si è abituati a essere schiavi, a voler essere sottomessi a tutti i costi, a fare di tutto per diventare cose prive di ogni giudizio, dove la dignità, l’orgoglio sono termini in disuso. A me il Sud suscita emozione, anche già nel suono: rotondo, chiaro, autentico. Contiene i simboli del sole, della forza, della luce, della generazione. Ricorda l’acqua, il mare, la fonte di ogni vita. E come ogni nome collettivo accomuna tutto, il bello e il brutto. Ma per questo genera, perché gli opposti producono movimento e conseguente generazione. Ciò che è uniformato, privo di spazi di confronto, di aperture dove si muovano gli opposti è destinato a estinguersi, a perire senza lasciare ricordi.

Veniamo alla domanda clou: sei candidato al Premio Nobel per la Letteratura, vengono i brividi solo a scriverlo. Cosa hai provato quando hai saputo di essere candidato? Come hai reagito? E cosa si prova a sapere di essere candidato per un’onorificenza così importante? Parlaci di questa candidatura, hai carta bianca.

Anche se avessi tutte le carte del mondo non servirebbero a nulla, perché la candidatura al Premio Nobel per la letteratura è una di quelle altre cose che capita a chi scrive. Una fondazione ha voluto fortemente fare una richiesta del genere, motivata anche da un rapporto di fiducia con uno dei miei editori. Sinceramente, non saprei dire che cosa mi abbia suscitato la notizia. So solo che il Premio Nobel per la Letteratura e da anni che non viene assegnato. Forse hanno capito anche loro che è un riconoscimento che andrebbe messo in concorso, con una prova scritta e orale, come si fa per ogni altra competizione. Certamente, comunque, l’interesse che si è creato intorno alla mia produzione letteraria non mi ha lasciato del tutto indifferente; nonostante, ritenga che a chi scrive possa capitare ogni cosa, anche di essere candidato a un premio letterario di grande prestigio, che perde di valore, però, quando è risaputo che da anni non viene conferito. E, come sai anche tu, capita anche che se viene assegnato, l’assegnatario non mostra interesse alcuno per il ritiro, come ha fatto il cantante Bob Dylan o il filosofo Jean Paul Sartre. Non si vive di speranze, di futuro; ma proprio parafrasando Sartre, si vive perché uno esiste. Meglio, se in maniera consapevole, con cognizione dei suoi limiti, avendo cura di non cadere in errore eclatanti, inseguendo fantasie grottesche.

Qual è il potere della letteratura per te?

Penso di avere già risposto a questa domanda, tra le altre cose che ho detto in precedenza. Ribadisco, comunque, che io credo di essere ricorso sempre alla parola per realizzare la vita. L’ho fatto scrivendo e l’ho fatto pensando. Si vive di pensieri, autentici o anche acquisiti, una volta che sono stati indagati e verificati profondamente nell’anima di chi pensa. Ci sono pensieri che nascono da sguardi acuti e profondi. E questa è la vista dello scrittore. Se la possiede, guarda, pensa e scrive. Se non gli succede un miracolo così, può fare anche a meno di consumare fogli di carta che vanno solo ad aggravare ecosistemi già compromessi dagli sprechi.

Parlaci dei tuoi progetti futuri.

Nei miei progetti futuri ci sono ancora biografie di personaggi di grande sensibilità è umanità. Ho appena terminato di collaborare alla stesura della biografia di Paolo Morelli, leader del gruppo degli Alunni del Sole, che uscirà per Natale, scritta insieme al fratello Bruno Morelli. Ho finito di scrivere un film. Mi sto dedicando, inoltre, alla scrittura di due importanti biografie, una di Tony Esposito e un’altra di un noto produttore discografico di successo. Ho terminato di scrivere anche un’antologia poetica, intitolata Catene. Sto pensando alla struttura di un libro che riguarderà la vita di una persona a me molto cara.
E adesso penso che sia arrivato il momento di ringraziarti per la tua gentilezza e la cura che hai riservato alla mia persona e alla mia produzione letteraria, sperando di ritrovarti, comunque, presto, se ne avrai piacere e disponibilità.

Grazie ancora ad Antonio Gerardo D’Errico.

Monica Acito per Eroica Fenice

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2.3: Intervista ad Antonio Gerardo D’Errico, candidato al Premio Nobel per la Letteratura
Intervista ad Antonio Gerardo D’Errico, candidato al Premio Nobel per la Letteratura
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