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Le oche salvarono Roma dai Galli

Nel 390 a.C. le oche del Capidoglio, sacre alla dea Giunone, salvarono Roma dall'assalto dei Galli.

Le oche salvarono Roma dai Galli Si legge sui libri di storia che:

quando i romani seppero che un'orda di barbari capitanati da un certo "Brenno" stavano scendendo dalla "Gallia" per conquistare la capitale, si fecero un sacco di risate. "Noi non abbiamo certo paura di quattro rozzi selvaggi", dissero i Centurioni chiamando a raccolta i loro efficienti soldati. I legionari accorsero armati di scudi e armature scintillanti per difendere la loro città. "Gli faremo assaggiare il filo delle nostre spade", gridarono in coro, marciando impavidi contro il nemico.

Ma quando i Galli arrivarono da sopra le colline, l'esercito romano, rinomato per la sua efficienza e conosciuto come perfetta "macchina da guerra", si trovò ben presto in difficoltà. Quelli erano molto più alti di loro, brandivano delle strane armi che non avevano mai visto e mentre marciavano, furiosi, gridavano a squarciagola frasi spaventose in una lingua sconosciuta.

Molti romani perirono in battaglia ed altri furono inseguiti ed uccisi mentre scappavano. Altri ancora annegarono nel Tevere a causa della pesante armatura. Coloro che si salvarono, riuscirono a raggiungere Roma sull'altra sponda e si dispersero senza nemmeno badare a richiudere dietro di loro le porte. Ai Galli non pareva vero di aver vinto con tanta facilità e pensarono che dovesse essere un trucco dei romani per attirarli in qualche trappola. Così non entrarono subito in città, ma si accamparono fuori dalle mura.

Nel frattempo, le donne, gli anziani, i bambini e i soldati superstiti, dopo aver bruciata la città e portate via le scorte di cibo, andarono a rifugiarsi sul Campidoglio, uno dei Sette Colli laziali, la cui roccaforte era un Tempio dedicato a Giunone ed era situato sulla vetta di una ripida collina, per cui era più facile potersi difendere dagli attacchi.

L'assedio (cosiddetto: il sacco di Roma) fuori dalle mura da parte dell'esercito celtico durava ormai da giorni e i romani cominciarono a restare a corto di cibo, per cui pensarono di cucinare le oche che da tempo vivevano nel Tempio, ma poi, forse per scaramanzia, ci rinunciarono, dato che quegli uccelli erano sacri a Giunone, la moglie di Giove, loro regina e dea della guerra.

Una sera, uno degli assediati fu sorpreso dai Galli mentre usciva da un passaggio segreto che portava fino al Colle. Quella stessa notte gli invasori approfittarono della scoperta di quel varco, per arrivare, non visti, fin sotto le cinta del Tempio. Dopo avere formato una piramide umana, i barbari si apprestavano in silenzio a scavalcare le mura pregustando già la vittoria, quando, improvvisamente, le oche del Campidoglio cominciarono a starnazzare e a correre come forsennate sbattendo le ali, lanciandosi coraggiosamente verso gli incursori e beccandoli da tutte le parti. A quel frastuono si svegliò il Tribuno Marco Manlio (a cui, dopo, per il suo atto eroico fu dato il soprannome di "Capitolino"). Il patrizio chiamò a raccolta le guardie romane che prontamente intervennero e con le loro spade respinsero il giurato nemico ributtandolo giù dalla roccaforte.

I Celti, ormai stanchi ed affamati, compresero che non sarebbero riusciti ad espugnare il Campidoglio, così decisero di ritornare da dove erano venuti e i romani poterono cominciare a ricostruire la città. Grazie alle oche capitoline, Roma si era salvata dalla invasione dei Galli.

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2.3: Le oche salvarono Roma dai Galli
Le oche salvarono Roma dai Galli
Nel 390 a.C. le oche del Capidoglio, sacre alla dea Giunone, salvarono Roma dall'assalto dei Galli.
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