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Il de cuius e l'eredità alle tre figlie (Esopo)

Morale della favola: a volte si trova più saggezza nelle parole di un solo uomo che in tutta una marea di gente.

Il de cuius e l'eredità alle tre figlie (Esopo)

Il de cuius e l'eredita alle tre figlie

Esopo

Questa favola scritta da Esopo vuole sottolineare che ciò che può sfuggire a tanta gente può essere percepito dall'intuito di una sola persona.

C'era una volta un uomo molto ricco che alla sua morte lasciò la moglie con tre figlie femmine che avevano ognuna abitudini completamente diverse dalle altre. La prima era maliziosa e stravagante, sempre in cerca di avventure amorose; la seconda era semplice e moderata, lavorava la terra e coltivava i campi, mentre la terza e ultima era una ragazza tutt'altro che bella, a cui piaceva bere il buon vino.

Alla vedova e madre di queste tre fanciulle, prima che si fosse compiuto il suo destino, il defunto aveva lasciato in eredità tutte le sue ricchezze a patto, però, che ella suddividesse in parti uguali i suoi possedimenti e donarle alle sue tre figlie a queste condizioni scritte i calce nel lascito: 1°) che esse non abbiano il possesso e nemmeno ne ricavino una rendita dalle proprietà loro assegnate. 2°) Quando queste cederanno le loro rispettive quote dovranno ognuna corrispondere la somma di centomila sesterzi alla propria madre.

In tutta Atene non si parlava d'altro che di questo strano testamento. La madre si consultò con i migliori giuristi della città, ma nessuno di loro riuscì a comprendere in che modo le ragazze avrebbero potuto corrispondere una cifra così elevata alla madre senza avere né il possesso e nemmeno l'usufrutto dei loro beni.

Passarono i giorni e le settimane, ma nessuno dei saggi riusciva a dare un senso alle ultime volontà del "de cuius". Allora la vedova decise di sua iniziativa. Così come le dettava la coscienza: alla figlia ammaliatrice diede gli abiti, i fronzoli, gli ornamenti ed accessori in argento del bagno, gli eunuchi e gli schiavi più aitanti; alla sobria contadina consegnò la fattoria, gli animali, i braccianti e gli attrezzi; alla "brutta ubriacona" concesse la casa con sotto la cantina contenente innumerevoli botti piene di buon vino stagionato.

Nel momento in cui l'anziana donna stava per definire le spartizioni così composte, oltretutto, con il consenso dei vicini che ben conoscevano le abitudini delle ragazze, Esopo si alzò in piedi e disse: "Ah, se il pover'uomo potesse vedere che gli ateniesi non hanno saputo intendere le sue volontà, ci rimarrebbe davvero molto male."

Ognuno dei presenti volle sapere dal sapiente dov'era lo sbaglio, e il dotto poeta spiegò: "La casa con la cantina va data alla contadina, mentre i vestiti, i gioielli e i servi, siano dati all'alcolizzata, infine, le terre, la stalla e gli animali vanno consegnati alla maliarda. Poiché i beni, sono così distanti dal loro modo di vivere, nessuna di esse conserverà a lungo la propria quota di eredità. L'ubriacona venderà gli orpelli per comprarsi da bere; la maliarda cederà i possedimenti per comprasi gemme e preziosi; quella a cui piace lavorare la terra darà via la bella casa a qualsiasi prezzo. Alla fine, ognuna di loro venderà ciò che le è stato donato e con il denaro ricavato potranno restituire alla madre la rendita che il marito volle assegnarle prima di morire".

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2.3: Il de cuius e l'eredità alle tre figlie (Esopo)
Il de cuius e l'eredità alle tre figlie (Esopo)
Morale della favola: a volte si trova più saggezza nelle parole di un solo uomo che in tutta una marea di gente.
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